Carlo De Agnoi inizia a fotografare nel 1970; nel 1992 scopre la multivisione e subito se ne innamora. Inizia così un lungo lavoro di ricerca per comprendere appieno le potenzialità di questo mezzo.
La frequentazione degli ambienti Nazionali ed Internazionali del settore gli permette di scambiare le proprie idee e di farsi una cultura multivisiva che gli consentirà di identificare il proprio obiettivo: quello di comunicare trasmettendo delle emozioni.
La sua produzione iniziale vede la sperimentazione di varie metodologie per la realizzazione degli audiovisivi. Questa ricerca lo porta a creare un suo personalissimo stile che negli anni a venire sarà il suo biglietto da visita.
La caratteristica saliente di questo stile è l'accurata ricerca musicale che accompagna o per meglio dire svolge il compito di struttura portante per l'abbinamento delle immagini.
La fotografia, già di ottimo livello, viene ancor maggiormente esaltata dalle atmosfere musicali.
Un contenuto ricercato e una sottile influenza poetica arricchiscono di sensibilità le sue proiezioni.

Negli anni che vanno dal 1996 al 2000 cerca il confronto con gli altri autori internazionali partecipando a numerosi concorsi nazionali ed europei dove riceve molti riconoscimenti.
In questi stessi anni si impegna a divulgare questo fantastico mezzo di espressione organizzando festivals, rassegne e anche corsi di apprendimento per chi vuole avvicinarsi alla multivisione.

L'incontro con Phil Ogden e la successiva visita alla First Image & Snappers di Londra, una delle più grosse ditte di produzione multivisiva al mondo, segnano un passo importante nella scelta del suo indirizzo multivisivo.

La costante ricerca lo spinge ad instaurare collaborazioni con gruppi musicali e teatrali per la realizzazione di scenografie multivisive.
La produzione di
proiezioni complesse per installazioni fisse e museali si aggiunge alla sua già grande conoscenza.

Un'altra esperienza particolare che ha portato avanti è la ricerca su soggetti di carattere storico, dedicando alcune proiezioni ad episodi della Prima e Seconda Guerra Mondiale oltre che alle guerre etniche e al terrorismo.

Nel campo fotografico è specializzato nel paesaggio e nella macrofotografia che cerca di ritrarre in maniera estremamente pulita ed essenziale cercando di valorizzarne i colori e le forme.
Con l'andare del tempo però l'indirizzo fotografico subisce una trasformazione portando Carlo a cimentarsi in campi diversi da quello in cui ha sempre operato.

Inizia perciò a dedicarsi al reportage etnico e documentaristico recandosi a visitare molti paesi tra cui gran parte dell'Europa, India, Nepal, Ladakh, Birmania, Cambogia, Vietnam, Cina, Turchia, Niger, Algeria, Libia, Tunisia, Marocco, Egitto, Etiopia, Kenya, Tanzania, Namibia, Uganda, Stati Uniti, Cuba, Perù.

Molti dei suoi lavori raccontano storie e mostrano immagini di questi luoghi sicuramente riproposti in modo personale.

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Spesso la gente gli chiede cosa lo spinge a viaggiare:

"...è trovare nei popoli stranieri quei tratti che ci accomunano, avvicinarmi ad essi con una curiosità mai appagata di conoscenza, ma con il rispetto dovuto ad esseri umani che come me sono il prodotto di una cultura dalle radici profonde.

Pur riconoscendomi figlio del mio tempo e della mia società, non posso nascondere che la nostra vita civile pian piano va smarrendo il significato del rapporto umano.
Pertanto sento il bisogno di riscoprire, in civiltà non ancora stravolte dagli effetti collaterali del progresso, il significato di parole come semplicità, accoglienza, dono, sacrificio, offerta, tradizione...

D'altro canto non resto indifferente neppure di fronte agli aspetti negativi o meno nobili che scopro nelle genti che incontro lungo i miei viaggi: crudeltà, potere, sopraffazione, prepotenza...

Ma pur reputando inaccettabili alcuni elementi dei popoli visitati, cerco sempre di contestualizzarli all'interno del mondo del quale sono il frutto.

L'approccio alle genti che incontro, e a maggior ragione al mondo naturale, è improntato al più profondo rispetto.
Ciò che vediamo non è che la superficie ma ciò che fotografiamo è molto di più.

Una buona foto esprime un mondo.

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Il mio rapporto con la natura è il rapporto con qualcuno che ti sorprende sempre senza deluderti mai... un mondo di cui noi esseri umani facciamo parte senza essere indispensabili.

L'esperienza frutto del lavoro di anni, unita alla sensibilità, all'attenzione e all'entusiasmo, mi danno la libertà di operare senza mai eccedere nell'elaborazione delle fotografie; il mio lavoro consiste nel lasciar parlare le immagini... non sono altro che il testimone del mondo che c'è oltre le parole degli uomini.

Ho girato il pianeta e continuo a farlo con profonda gioia e immutato interesse per la natura - mi sento un uomo con la valigia - ma più viaggio e più scopro, sottocasa, poco fuori città... luoghi che in momenti particolari della giornata, in certe situazioni climatiche meritano tutta la mia attenzione e diventano i protagonisti dei miei lavori.

Per quanto il grigio stia soppiantando il verde, sotto i nostri occhi ci sono dei tesori... tesori che vale la pena di sforzarsi a scoprire perché ci riportano alla giusta dimensione dei valori.

Dietro ogni foto c'è un mondo.

Dietro ogni mondo c'è un uomo che quella foto l'ha a lungo immaginata, preparata, studiata e che non appena l'ha inquadrata ha detto: ecco ci siamo!".